
L'indivisibilità
tra poesia e pittura
Nei dipinti di Ricciardi il riferimento alle antiche scritture e alla mitologia
è ricorrente ( "Apollo e Dafne", "Medea") e come
fonte di ispirazione ricorre alle scritture sacre ("Genesi", "Natività")
e alla Divina Commedia ("Inferno, Canto 1º", "Paolo e
Francesca", "Inferno, Canto XXXIII°").
La caratteristica dei dipinti di questo artista è anche quella di accompagnare
ogni opera con un commento scritto, in prosa o poesia e il riferimento alle
immagini diventa anche più chiaro , dato che nel surrealismo la realtà
figurativa è interpretata come in un sogno e molto spesso non compresa
o addirittura fraintesa dal fruitore.
Conscio di questa verità Ricciardi ci guida nel suo cammino e ci spiega
con parole sue quali sono state le intenzioni che lo hanno condotto a dipingere
quell'opera. Questo è un modo del tutto originale di presentare i propri
lavori, come un illusionista Ricciardi sfiora e trasmuta i personaggi sacri
e profani, senza nascondere le fonti di ispirazione come spesso hanno fatto
molti surrealisti, da Ernst a Magritte.
Ricciardi vive nel mistero del mondo e preferisce andare in fondo alle cose,
usare la pittura come uno strumento del pensiero, del sapere e del sogno.
Egli pensa, disegna e scrive per immagini, usa la poesia per descrivere la
pittura e viceversa, si serve delle immagini di un disegno per comporre una
poesia.
Ricciardi usa tutti i sensi allo stesso momento: la vista, l'udito e il tatto,
come elementi necessari per una completa riflessione sull'esistenza umana,
insieme all'intelligenza e l'intuizione.
Eraldo Di Vita Milano maggio 2011Milano maggio 2011
L’artista rilegge e reinterpreta figurativamente i paradigmi più suggestivi dell’epos, i grandi classici come la Divina Commedia, il libro della Genesi, le Metamorfosi di Ovidio, i Capricci di Paganini per violino solo. Della letteratura ama in particolare la poesia, proprio per la musicalità dei versi, bella da leggere, ma anche da ascoltare. La sua creatività è vulcanica e irrefrenabile, infiniti i motivi ispiratori. Una caratteristica denotante il suo stile è di isolare un dettaglio anatomico – come una mano- o naturale –come una conchiglia e farne architettura iperrealistica, di un paesaggio lunare, marziano, sconosciuto , eppure stranamente noto. Si riconosce e si rabbrividisce al cospetto del Conte Ugolino, dall’epidermide cinerea e gli occhi sbiancati, mostro ossuto e fantasmatico vinto dal suo istinto animalesco, che non contempla altro se non il proprio ripugnante soddisfacimento. L’uomo è capace di raggiungere abisi abietti di sofferenza e crudeltà, come empirei di bellezza e di gioia. Campiture acquose imbevute di luce, trafitte da un crocifisso, che riverbera la sua ombra come una lama; isole deserte, ninfe leggiadre che sinuosamente emergono da un tronco cavo, piedi che si ramificano in radici arboree; la tastiera di un violino che la musica di Paganini fa staccare dalla cassa armonica, lievitare e ondulare insieme con gli spartiti, un archetto che si ostina a suonare crini impossibili. Il confine tra realtà e irrealtà è continuamente varcato da Ricciardi, interessato più alla dimensione dell’eterno e della metafisica, che a quella del reale. La musica per l’artista, ultimamente impegnato in un quadro fortemente materico e naturalmente di arzigogolata incoercibile sintassi compositiva, è un estro allo stato puro: causa di un effetto che si pittura.
Cristina Muccioli, critico d’arte (docente all’ Accademia di belle arti di Brera Milano)